Chapter 1 of 5

INDICE

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Il Benefattore

Per un sogno

Raccontava il dottor Maggioli:

I. I microbi del signor Sferlazzo

II. L'incredibile esperimento

III. Un geloso!

IV. La redenzione dei capolavori

V. Due scoperte.

VI. L'invisibile

VII. Il busto

Care parentesi

Enimma

Il Benefattore

I.

Dal balcone centrale dell'Albergo del Gallo in piazza del Municipio a Settefonti, visto fermare la carrozza davanti al portoncino, l'albergatore era sceso giù in maniche di camicia, per dare il ben arrivato ai forestieri; e rimaneva un po' deluso, scorgendo che la carrozza ne conteneva uno solo. Il quale poi non si affrettava a smontare, ma restava rannicchiato in fondo al legno, con gli occhi socchiusi, quasi non avesse ancora avuto il tempo di svegliarsi interamente dal sonno fatto lungo la strada.

Invece, il viaggiatore non credeva di essere già arrivato. Udita però la voce dell'albergatore che, cavandosi il berretto di lana a maglia con fiorami rossi e verdi, gli domandava se doveva poi portar su le due valigie, balzava lesto a terra accennando col capo una risposta affermativa; e si metteva sùbito a guardare attorno, per la piazza, come persona che cercasse d'indovinare una località, un indirizzo, secondo le indicazioni ricevute.

Fece un gesto di soddisfazione infatti, pagò il cocchiere, disse, con accento straniero, all'albergatore:—Una stanza, tutta per me! (da questo si capiva che era pratico degli alberghi dei paesetti siciliani) e si avviò direttamente verso lo studio notarile, su la porta del quale egli aveva potuto leggere da lontano: BANCA LA BELLA, quantunque lo scritto della misera insegna fosse mezzo scancellato.

Il notaio giocava a tressetti con un vecchio prete e lo scrivano. All'apparire del forestiero fermatosi un istante sulla soglia—la porta era spalancata, e non c'era vetrina o paravento che vietasse ai curiosi ed agli sfaccendati di osservare da fuori quel che si faceva là dentro—il notaio, deponendo le carte che teneva spiegate in una mano, si sollevava a metà dalla seggiola a bracciuoli, e con un inchino invitava colui a inoltrarsi.

—In che posso servirvi, signore?

—Credo di parlare col notaio La Bella—disse il forestiero.

—Precisamente.

—Ecco una lettera che le spiegherà il motivo della mia venuta.

Sul viso del notaio si scorgeva lo stupore e l'incredulità suscitatigli dalla lettura di quel foglio azzurrognolo che egli teneva a distanza per aiutare gli occhiali a capestro lasciati scivolare fin sulla punta del naso, come ne aveva l'abitudine.

—Sicchè—poi esclamò, posando il foglio sul tavolino e squadrando da capo a piedi il forestiero—voi vorreste acquistare dei terreni, cioè i terreni che di là della strada provinciale salgono verso le colline di Tirantello e il molino del Cucchiaio?

—Tutti.

—Ma sono un mucchio di sassi, buoni soltanto per piantarvi sommaco; io non li vorrei neppure regalati.

—Io, invece, non li chiedo in regalo; li pago in contanti sùbito, quel che valgono e anche più.

—Parlavo per conto mio—si corresse il notaio.—Scusate. Qui suol dirsi:—Ne sa più un pazzo in casa sua, che un savio in casa altrui.—Ed è vero. Giacchè voi li comprate, significa che vi conviene. Tanto meglio. Siete francese, signore?

—Inglese, di Dublino, in Scozia. Ma vivo da vent'anni in Italia, e da dieci corro in su e in giù la Sicilia specialmente, pei sugheri. Voglio bene a quest'isola; voglio diventare siciliano: e compro terreni per speculare. La coltivazione qui è molto indietro. Darò il buon esempio.

—Avete udito, canonico?—disse il notaio volgendosi al prete che ancora discuteva con lo scrivano l'ultima giocata di tressetti interrotta dal forestiero.—Questo signore compra i terreni di Tirantello fino al mulino del Cucchiaio. Vostro fratello il dottore ne ha un bel pezzetto… e i Laureano potranno rimpannucciarsi.

—So che lei è un notaio onesto, una brava persona—lo interruppe l'inglese senza dar tempo di rispondere al canonico avvicinatosi sgranando gli occhi, per veder bene in faccia quel pazzo che aveva denaro da buttar via.—Io mi affido a lei per le pratiche coi proprietarii e pei contratti. Una settimana basterà?

—Se dipendesse soltanto da me, vi sbrigherei oggi stesso—soggiunse il notaio sorridendo.

—Sono all'albergo là in faccia…

—Vi troverete male, caro signore.

—Non importa. Conosco gli usi; mi adatto.

—Se voleste intanto indicarmi meglio i fondi… Da qui dietro, dal
Muraglione, li avremmo tutti sottocchio.

Uscirono insieme, accompagnati dal canonico; infilarono un vicoletto, poi un altro, e sbucarono su la spianata detta del Muraglione perchè un solido muro a calce, specie di bastioncino, impediva che da quella parte il terreno franasse nella vallata sottoposta.

Laggiù lo stradone provinciale tagliava in mezzo la bassa pianura. Poi i campi sassosi salivano a poco a poco in su, con scarsi alberi di ulivo, finchè non si fondevano con le colline stese in lunga fila, irte e brulle, da settentrione a mezzo giorno, e che il sole vicino al tramonto faceva apparire in tutta la loro arida nudità.

L'inglese indicò con la mano la estensione di terreni che avrebbe voluto comprare, se fosse stato possibile.

—Ma i proprietarii saranno felicissimi di sbarazzarsene—disse il notaio.—Non ne cavano tanto da pagare la fondiaria.

—Eh! Chi lo sa?—obbiettò il canonico.—Mio fratello, per esempio…

Il canonico voleva attenuare l'imprudenza delle parole del notaio.
Pensava che l'inglese doveva aver fatto bene i suoi calcoli; ora non
gli sembrava più uomo da buttar via sbadatamente il denaro. Inglese?
Positivo dunque. Non bisognava lasciarsi imbrogliare.

—Mio fratello, per esempio…—ripigliò dopo breve pausa.

—State zitto; non gli parrà vero di levarsi di torno quella grillaia lasciatagli in eredità dalla nonna.

—Eh! Eh! Andiamo!—conchiuse il canonico, tirando una presa di rapè, stizzito della risposta.

L'inglese pareva estasiato davanti alla bellezza del paesaggio. Dietro il dosso ineguale delle colline a destra, in fondo, la Piana di Catania; più in giù, la Piana di Lentini, l'agro Leontino dei Romani allora granaio della repubblica, e che ora non produceva tanto grano da bastare ai bisogni dell'isola. A sinistra, colla cappa di neve tinta in roseo dal sole in tramonto, e col pennacchio di fumo al cratere, l'Etna, modellato come un'enorme mammella posata su l'immenso vassoio della Piana; la tinta rosea delle nevi agevolava l'illusione. Un cielo densamente azzurro, limpidissimo, sorrideva su la stesa dei campi verdeggianti, su la mole del gran vulcano; e la trasparenza straordinaria dell'atmosfera rendeva percettibili i vigneti, i boschi di quercie e di castagni, i paesetti stesi a piè di esso quasi perle sgranate di una collana, luccicanti di qualche vivo riflesso dei vetri delle case, che si distinguevano soltanto come macchie bianchicce tra il verde della rigogliosa vegetazione e il color cupo dei terreni e della lava.

—Ecco don Liddu che viene a cercarvi—disse il notaio.

Il proprietario dell'Albergo del Gallo era andato alla Banca notarile per chiedere gli ordini pel desinare del suo avventore; e lo scrivano lo avea rimandato al Muraglione dove il forestiero doveva trovarsi col principale e col canonico per vedere i terreni.

—Che terreni?—aveva domandato don Liddu.

—Dice che vuol comprare dei terreni, a quel che ho potuto capire.

Don Liddu si era affrettato a raggiungere il forestiero e gli altri, anche per curiosità; e spalancò gli occhi quando il notaio, ridendo, gli disse:

—Se aveste un fondo colà, a Tirantello o al Cucchiaio, ora potreste arricchirvi, don Liddu.

Sapendo che miglior banditore non avrebbe potuto trovare, il notaio lo incaricò di spargere la notizia in paese. Non occorreva.

Prima che annottasse, tutto Settefonti sapeva dell'inglese venuto a comprare Tirantello e il Cucchiaio: e non c'era stato uno che non avesse dato del matto a quel forestiero. Mancavan terreni eccellenti a Settefonti?

—Ma già, gli inglesi hanno tanti quattrini che non sanno che
farsene—aveva sentenziato il Sindaco, appresa la notizia in
Casino.—Peccato che io non possegga un palmo di terreno colà!
Dovrebbe pagarlo a peso d'oro.

II.

Sin dal mattino del giorno dopo, fu una processione di interessati alla Banca del notaio La Bella.

—È dunque vero, notaio?

—Verissimo.

—Io ho mezza salma di terra a Tirantello.

—Io due salme sotto il Cucchiaio.

—Io venderei pure il mulino e il diritto dell'acqua.

—Bravi! A uno a uno.

—Ma bisogna intenderci, notaio!

—Che? Fino a ieri, tu non sapevi che fartene di quelle quattro zolle sassose, e ora nicchi?

—Ah, notaio! Voi tirate per l'inglese.

—Io non tiro per nessuno, ma per la verità, per l'onestà. Dobbiamo spogliarlo perche è inglese? Non è uno sciocco, sappiatelo. E poi, ci sono i periti, c'è il catasto. Dovreste benedire la divina Provvidenza che vi manda costui a questi lumi di luna. Darà lavoro a tutto il paese. Ha intenzioni grandiose. Non è pero uno sciocco, vi ripeto. Se si accorge che volete approfittarvi, è anche capace di andarsene d'onde è venuto. La Sicilia è vasta; e allora vi morderete le mani! Tenetevelo per detto.

—Notaio, fate voscenza.

—Niente affatto; ve la vedrete con lui. Eccolo qua.

Il signor Pietro Kyllea diede una forte scossa di mano al notaio e guardò in viso quella ventina di persone che gli si affollarono attorno, osservandole a una a una, poi domando:

—Sono i proprietari?

—Gran parte. Qualcuno verrà più tardi.

I più premurosi ad accorrere erano stati i contadini, i piccoli possessori, ai quali non sembrava vero di poter vendere terreni ingrati da cui non riuscivano a cavar niente, all'infuori di magri pascoli per le capre e pel bestiame. La inattesa ricerca aveva intanto destato in essi tutte le avidità del povero che vive in continua diffidenza contro il ricco. Nello stesso tempo che si rallegravano della incredibile fortuna loro capitata, volevano ricavarne più che era possibile; quasi la ricerca centuplicasse il valore dei loro terreni, e nascondesse un tranello. Fino allora non si erano accorti di possedere un tesoro. Ora, non avrebbero voluto lasciarselo strappare di mano.

L'inglese si rivolse al notaio:

—Facciamo una nota. Sceglieremo due, tre periti. Se possiamo metterci di accordo senza andar tanto per le lunghe, meglio. Se no, buona notte!

Quel:—Buona notte!—fece ridere.

I contadini si guardarono in viso, per consultarsi. Si vedevano davanti un uomo risoluto che andava per le spiccie e che non intendeva di esser messo nel sacco. Sì, o no, lealmente. Voleva anche pagare qualcosa di più per ingraziarsi la gente che poi doveva, se le fosse piaciuto, lavorare per lui. Ma aveva fretta di concludere. Sì, o no. Non sapeva nemmeno lui perchè avesse scelto quei campi di Settefonti; l'ispirazione gli era venuta attraversando lo stradone, per affari. Aveva pensato:—Tentiamo!—Se sbagliava, peggio per lui.

Questo aveva egli detto, mentre il notaio compilava la nota con lo scrivano, dopo aver interrogato coloro che stavano più vicini al tavolino. I contadini davano le indicazioni e facevano posto a quelli dietro.

—Sarete chiamati uno appresso all'altro.

E tutti erano andati via lentamente, un po' delusi, quasi fossero venuti là con la certezza di riempirsi le tasche di quattrini sùbito sùbito.

Più tardi vennero dal notaio il fratello del canonico e uno dei
Laureano.

—Dunque?

—Se date retta a vostro fratello, perderete la buona fortuna—disse il notaio al dottore.

—Ma io gli cedo quella grillaia anche a metà prezzo—esclamò il dottore.

—Per quel che vale—rispose il notaio.

—E voialtri?

—Noi siamo tre fratelli. Ognuno per sè e Dio per tutti. Io vendo la mia porzione, col terzo di più, se l'inglese la vuole. Prima però, starò a vedere quel che concludono gli altri.

—Santa prudenza!—approvò il La Bella.

—Vi farete d'oro,—soggiunse il dottore.

—Mio fratello, il canonico, ha fatto il conto che stipulerete in una settimana più atti che non nel corso di un intero anno. Beato voi!

—E voi acquisterete un nuovo cliente. Badate di non ammazzarlo sùbito. Rovinereste il paese. A quel che ho potuto capire, questo inglese darà lavoro a tutti.

—O che vuol fare? Mutare i sassi in pane?

—È uomo che se ne intende. Comprerà macchine a vapore, farà…

—Bravo! Macchine? Si vede proprio che se ne intende! Crede di essere in Inghilterra? Qui le vere macchine sono il sole e la pioggia quando Domeneddio la manda giù. I tempi sono cambiati. Prima si diceva:

    Sicilia, isola verde,
    Per tropp'acqua si deperde

Oggi, piove ogni sei mesi, quando piove! Farà la pioggia con le macchine costui? Basta; prenda la mia grillaia di Tirantello, e Dio gliela mandi buona!

Don Liddu raccontava a tutti le meraviglie dell'inglese nell'albergo. Aveva un materasso che si gonfiava come un otre, e due guanciali pure. Biancheria finissima; piatti, posate, bottiglie, bicchieri; tutto chiuso in una valigia. Mangiava come un lupo: un cappone, mezzo tacchino arrosto, e intrugli di minestre in brodo col vino; da selvaggio. E pepe a manate!… Ma pagava come un Dio, senza farselo dire due volte, senza neppure riguardare la nota. Avea voluto una caldaia, non vi essendo altro, per fare il bagno freddo la mattina, appena levato da letto. Vi saltava dentro nudo, vi sguazzava spandendosi l'acqua con le mani su la testa—don Liddu lo aveva osservato dal buco della serratura—e, appena asciugatosi, via come il vento, per la campagna: quattro, cinque miglia, quasi avesse il diavolo in corpo. Come non si buscava una polmonite? E turco, a dirittura! Nè segno di santa croce, nè messa le domeniche. E il Signore lo ha colmato di quattrini, mentre tanti poveri cristiani non hanno neppure un soldo per comprarsi un po' di pane!

—Mi farei turco anch'io, se fossi sicuro di buscarmi i quattrini che ha lui! Dico per dire,—concludeva don Liddu—giacchè con la salute dell'anima non si scherza.

Il notaio aveva condotto l'inglese in Casino, lo aveva presentato ai galantuomini più agiati, al Sindaco, all'Arciprete, all'Agente delle tasse, al Ricevitore, perchè così gli avea consigliato di fare l'amico che glielo aveva presentato con la lettera da cui era stato sbalordito quel giorno.

In casino, il dottor Medulla, fratello del canonico, tentava, con arte, di farlo parlare intorno ai progetti di coltivazione, per scoprire terreno, per vedere se doveva seguire il consiglio di suo fratello, di attendere fino all'ultimo prima di cedere la sua grillaia.

Ma l'inglese era stato parco, molto parco, nelle risposte.

—Non so ancora… È una mia idea, forse sbagliata. Chi non risica non rosica, come si dice in Italia… Si dice anche da noi. Vedremo.

Quel demonio d'inglese, però, sapeva tutto: i prezzi dei terreni, delle derrate, della mano d'opera; che cosa non sapeva?

E giocava a tarocchi da maestro; e al bigliardo aveva una destrezza! Serio serio, dinoccolato, pareva che sonnecchiasse, e teneva intanto gli occhi aperti.

Così, senza far rumore, si era comprato quasi un feudo per quattro soldi; e comperava ancora! Non gli erano bastati Tirantello e il Cucchiaio: l'appetito gli era venuto mangiando. E aveva preso anche i fondi accanto: mezzo Pennino e Santa Barbara, di là delle colline. E domani partiva per l'Inghilterra, quasi andasse a Brancaccio, cioè a quattro miglia da Settefonti, dov'era la rimessa della vettura postale, su lo stradone laggiù!

—Inglesi!—esclamava il sindaco.—Gente che sa fare e non sta mai con le mani in mano, come noialtri!

—E lei, che ha pure tanti quattrini, perchè non ha fatto e non fa?

—Perchè, caro Ricevitore… perchè… Non ne ragioniamo, è meglio!

III.

Due mesi dopo lo avevano visto ricomparire fresco ed asciutto, quasi fosse ritornato da una gitarella di piacere; con dieci o dodici carrettate di cassoni misteriosi, portati dalla stazione di Valsavoia, e messi a dormire in un vasto locale della rimessa postale preso in affitto fino a che egli non avesse potuto provvedere altrimenti.

Di cima al Muraglione, i galantuomini del Casino andavano ad osservare, due, tre volte al giorno, i lavori delle squadre di uomini che laggiù abbattevano siepi di fichi d'India, ammonticchiavano sassi per costruire il gran muro di cinta lungo lo stradone, appianavano rialzi di terreno, sgombravano la linea, tracciata dall'ingegnere, che dal posto dove dovea sorgere il cancello saliva a zigzag fino alla casetta rurale dei Laureano già abbattuta dalle fondamenta per far luogo al Cottèg, come avevano sentito dire che sarebbe chiamata la villa.

E di lassù si distingueva benissimo l'inglese che andava qua e là, dando ordini, sotto l'ombrello cenericcio sempre aperto contro il sole, e sollecitava e dirigeva, instancabile. Poi, verso sera, gli vedevano riprendere la via del paese, cavalcando alla testa dei suoi uomini, al pari di un generale, com'era partito la mattina, all'alba, dopo averli rassegnati (erano quasi un centinaio) e averli disposti in squadre, secondo i diversi lavori a cui venivano addetti.

Gli uomini partivano cantando in coro, con gli strumenti del lavoro in ispalla, marciando alla soldatesca. E come i soldati pel loro capitano, si sarebbero fatti ammazzare per quel padrone che li pagava bene, puntualmente; che li ristorava con buone minestre, con ottimo vino; che li faceva riposare un paio d'ore, quando il sole saettava dal meriggio; non rifiutando mai una persona che gli si fosse presentata per chiedere lavoro; pagando il medico e le medicine, se qualcuno di loro si ammalava.

Nei primi mesi, i galantuomini sorridevano di compassione, crollavano la testa, pensando che la cosa era troppo bella da poter durare. Convenivano però che l'inglese si rivelava più furbo di quel che non sembrasse. Facendo a quel modo, otteneva che i contadini e gli operai lavorassero il doppio quasi senza accorgersi di lavorare. Infatti in meno di due mesi, le grillaie di Tirantello e del Cucchiaio erano quasi irriconoscibili; il muro di cinta, terminato; lo stradone serpeggiava fino a piè della collina; e si vedevano già i fossati delle fondamenta che tracciavano lo scheletro del Cottage.

—E poi?—domandava il canonico Medulla.

—Dice che vuol piantare un vigneto da una parte—rispondeva il sindaco—e un giardino di agrumi dall'altra.

—E l'acqua? D'onde la caverà l'acqua per inaffiare il giardino?

—Ha già fatto cominciare gli scavi. Intanto ha quella del mulino dal Cucchiaio.

—Due gocce! È pazzo da catena costui. Un giorno, abbandonerà baracca e burattini e scapperà coi debiti che ha fatto nelle Banche di Catania; lasciatevelo dire da me!

—Ma sono quattrini suoi quelli che prende dalle banche, quattrini depositati, messi a frutto.

—Fandonie!

—Costui ci darà una bella lezione, signor canonico!

—La lezione la riceverà lui, e di che sorta!

Andare ad affacciarsi dal Muraglione per osservare i lavori dell'inglese, laggiù, era diventato l'occupazione giornaliera dei galantuomini che ordinariamente ozieggiavano in Casino, dicendo male di questo e di quello, ammazzando il tempo con interminabili partite a tarocchi o al bigliardo, o sbadigliando seduti in circolo, su la terrazza che dominava il Largo della Matrice e quasi segregava il Casino dal contatto della gente radunata davanti a la chiesa, le domeniche; contadini la più parte. Le gite al Muraglione formavano un diversivo, davano pretesto a discussioni, a malignità anche; perchè quando noi vediamo fatto da altri quel che, con nostro profitto, avremmo potuto fare e non abbiamo voluto o saputo fare, l'attività altrui ci insinua nell'animo un rancore chiuso; ci sentiamo quasi frodati di quel che ci sarebbe stato facile possedere e che scorgiamo intanto in mano di uno che ci apparisce ora un intruso e fino a ieri compiangevamo o disprezzavamo come illuso o pazzo da legare.

Chi di quei galantuomini si sarebbe mai immaginato che Tirantello, Cucchiaio, Pennino e Santa Barbara, avessero potuto divenire un gran podere modello, trasformati dall'attività di un sol uomo; e coprirsi di vigneti, di giardini di agrumi, con polle di acqua fatte scaturire quasi miracolosamente dalle viscere della terra; con un vasto casamento, con stalle, comode abitazioni pei contadini; con una vita rigogliosa, fiorentissima, regolata come un orologio dall'intelligenza direttrice che aveva saputo operare tale trasformazione, da rendere impossibile a qualunque immaginazione il ricostruirsi la visione di quell'aggregato di grillaie dove poco addietro le capre, i buoi trovavano a stento un po' di erba da brucare?

E c'era voluto meno di tre anni, perchè i viaggiatori che passavano con la vettura postale per lo stradone, mentre davanti la rimessa avveniva il ricambio dei cavalli, si accostassero al cancello meravigliati di scorgere una scena così ridente colà, dove prima non si vedeva altro che miseria e desolazione!

IV.

E appunto tre anni dopo l'arrivo dell'inglese a Settefonti, una bella sera di aprile si erano incontrati al Muraglione, il canonico Medulla e il sindaco con altri galantuomini del Casino.

—Ve lo dicevo, signor canonico? Costui ci darà una bella lezione!

Ma il canonico era fisso più che mai nella sua diffidenza.

—Datemi tempo, cavaliere!

—Tra una settimana avremo la festa della inaugurazione. Siete stato invitato?

—Come tutti gli altri. Io però non mi mescolo con protestanti. Sono pecore rognose, e la rogna è un contagio.

—Ma che c'entra qui la religione?

—C'entra. E ora che vengono le donne, più protestanti di lui… Ha una figlia, lo sapete? Nessuno mi leva di testa che i denari spesi là non siano quattrini della setta. Ne inventano d'ogni sorta per far propaganda.

—O se l'inglese non ha parlato mai di religione!

—Benissimo; è l'arte fina dei protestanti! S'insinuano, s'insinuano… Ecco: mi sembrate già mezzo protestante voi, cavaliere; scusate. Ha fatto rizzare pure una cappella laggiù. Che bisogno ce n'era? Settefonti ha trenta chiese, trenta!

—Anch'io ho la chiesetta a Sabattino, per la messa, quando siamo in villeggiatura—disse uno dei galantuomini, ridendo.

—Ah! Per la messa. Ma, avete sentito dire finora che l'inglese abbia fatto celebrare una sola messa laggiù?

—Se vi chiamasse per celebrarla ogni domenica, non sparlereste.

—Non sparlo io, dico la verità. E, in quanto ai risultati, vi ripeto: Datemi tempo! Eh? Vuole insegnarci a fare il vino? Ma sappiamo farlo meglio di lui, e di uva schietta. Farà degli intrugli e discrediterà i nostri vini costui. Fa burro e formaggi… di latte di vacca! Avete mai sentito dire che si facciano formaggi col latte di vacca? Farà formaggi che inverminiscono in due giorni. Se gli inglesi sono porci, da preferirli al nostro piacentino, al nostro caciocavallo, peggio per loro. Che è mai quel suo burro? L'ho assaggiato; cosa insipida, cosa da medicature, se mai. Oh! Vedremo i suoi olii. Per questo ha comprato Pennino e Santa Barbara, che hanno boschi di ulivi. Strettoi di ferro, o di acciaio, che so io? E la ruggine? Non guasterà gli olii? Don Paolo Conti, che ha voluto provarli questi nuovi famosi strettoi, vi ha rimesso mezzo patrimonio ed è tornato all'uso antico. E poi, chi troppo abbraccia, poco stringe, dice il proverbio.

Il canonico, fatta una dispettosa scappellata, era andato via.

Intanto, laggiù, sotto il sole, la vallata sorrideva, col vigneto, con l'agrumento, con le cascine bianche, con le vacche pascolanti su per le colline ora che e' era da brucare erba fresca sotto gli ulivi di S. Barbara. In cima a una collina, specchieggiavano due grandi vasche d'acqua per l'inaffiatura delle piante di limoni; e, più in là, con la facciata tinta in verde pallido, si vedeva il Cottage a un solo piano, dove sarebbe venuta ad abitare la famiglia dell'inglese, moglie, figlia e una cognata sorella della moglie, con due donne di servizio.

Il Sindaco e gli altri tre erano rimasti a contemplare, muti, quello spettacolo che loro sembrava ancora incredibile, quantunque avessero assistito, quasi giorno per giorno, alla rapida trasformazione.

—Il canonico è una bestia!—aveva poi esclamato il Sindaco.—Ma ci sono a Settefonti un centinaio di bestie uguali a lui. Protestanti! Che me n'importa, se fanno tanto bene? L'inglese è stato una provvidenza per Settefonti. Se c'è chi può lagnarsi, siamo noi proprietari che ci abbiamo visto mancare le braccia dei contadini, e abbiamo dovuto pagarli come li paga lui. Ma ora anche questo guaio cesserà; non occorrono più grandi lavori laggiù. Io non sono spericolato, come il canonico e tant'altri. Il mondo, infine, è di chi se lo piglia. Siamo curiosi noi! Don Liddu, per esempio, si è ingrassato a spese dell'inglese tre anni. Quasi tutto l'Albergo del Gallo era occupato da lui che vi aveva istallato i suoi uffici di amministrazione, lasciando appena una stanza per i forestieri, quando ne capitava uno. Ed ora che vede sfuggirsi questa mammella succhiata tre anni comodamente, Don Liddu piange e si strappa i capelli. Dice che è rovinato, perchè la clientela gli si è sviata, e già Maccarone gli ha preso il posto, con la Locanda della Luna là di faccia, quasi per fargli maggior dispetto. Che pretendeva? Che l'inglese rimanesse eternamente all'albergo? Egli ha laggiù un'abitazione da principe—posso dirvelo io che l'ho visitata—proprio da principe, da farci vergognare delle nostre catapecchie. Dovrebbe vivere con la famiglia all'albergo?… Sarà una bella giornata domenica prossima. Mezzo paese invitato; banda, fuochi d'artifizio. Pranzo per una settantina di persone… Verrà appositamente il cuoco di una gran trattoria da Catania… Alla faccia nostra! Sia! L'inglese, l'altra volta, ce l'ha spiattellato sul viso in Casino:—Potreste fare una Società, mettere insieme i capitali che tenete morti in casa, e chiederne altri al credito bancario, se non bastassero. La Sicilia diventerebbe un giardino; produrrebbe dieci, venti, cento volte più che oggi non dia. Invece, state qui in Casino, a morir d'ozio! Non ha forse ragione?

—Dovrebbe dare l'esempio lei…

—Non ne ragioniamo! È inutile!

Quando si vedeva messo alle strette, il Sindaco se la cavava sempre così:

—È inutile! Non ne ragioniamo!

V.

Le signore Kyllea erano arrivate nel pomeriggio del giovedì, e il Sindaco si era creduto in dovere di farsi trovare davanti al cancello per dar loro il saluto del paese di cui diventavano, più che ospiti, cittadine, e presentar loro tre bei mazzi di fiori. Si era fatto accompagnare da un Assessore e dal dottor Medulla, che aveva suggerito il galante pensiero di quei mazzi.

Appena le carrozze, condotte dal signor Kyllea alla stazione di Valsavoia, comparvero dallo svolto dello stradone, i tre si avviarono ad incontrarle, impacciati dall'idea di doversi presentare a signore che forse non sapevano una parola d'italiano, come essi ignoravano l'inglese. Avrebbe servito da interprete il marito. In ogni caso, si sarebbero fatti intendere coi gesti; e avevano riso anticipatamente della probabile scena muta, che il dottor Medulla, di umore allegro, aveva più volte accennato, facendo ora la parte loro, ora quella delle signore, mentre attendevano davanti al cancello.

Don Pietro—oramai lo chiamavano così—riconosciutili da lontano, aveva sùbito ordinato ai cocchieri di fermare i cavalli.

E la scena era stata assai diversa da quella che il Sindaco e gli altri avevano immaginato. La signora Kyllea rispondeva con un bel "Grazie" un po' gutturale; ma Miss Elsa, parlando col dottor Medulla, si esprimeva in un italiano che conservava appena qualche inflessione di accento straniero. Soltanto la cognata era rimasta zitta, salutando e ringraziando con rigidi cenni del capo. E poichè il Sindaco tornava a ripetere una delle frasi del suo discorsetto anticipatamente preparato per non impappinarsi, Miss Elsa, disse:

—Certamente; vogliamo diventare siciliane anche noi, come il babbo che si è abbronzato al sole di questa incantevole isola, e fin ne parla il dialetto; e cittadine di Settefonti, come ella dice, perchè ormai la nostra vita è legata a questa impresa del babbo, e noi siamo liete che sia così!

Dalla commozione che rendeva un po' tremula la voce, dal sorriso che le scintillava su le labbra e negli occhi, si scorgeva benissimo che la bionda signorina parlava sinceramente.

—Su, montino in carrozza anche loro—disse don Pietro—c'è posto per tutti. Non può immaginare che piacere mi hanno fatto—soggiunse rivolto al Sindaco e all'Assessore, e aiutandoli a salire in quella dove stava la signora Kyllea.—Qui le autorità! Noi, dottore, nell'altro legno.

Il cancello era già aperto, e le tre carrozze presero la salita, a gara, tra allegri scoppi di fruste e tintinnìo di sonagli.

Lassù, su la spianata davanti al Cottage, don Liddu, (aveva smesso l'albergo per diventare il factotum dell'inglese), che il segno degli evviva a una ventina di contadini schierati in due file davanti a la porta, e miss Elsa saltò giù dalla carrozza, esclamando:

—Voglio essere la prima a prender possesso!

Voscenza benedica!—le disse don Liddu. E le baciò la mano, quantunque miss Elsa tentasse di schivare l'omaggio.

Più tardi, a sera avanzata, preso il babbo sotto braccio, ella lo aveva trascinato fuori, per godere quello splendore di plenilunio che inondava la vallata.

Settefonti si rizzava là di faccia, su la collina, con una povera cinta di casupole lungo il Muraglione. La cima di un campanile sormontava le case; poi, di qua e di là, su la cresta, gli ulivi frastagliavano strane figure sul fondo del cielo d'un azzurro argentato, sparso di rare nuvolette, dietro alle quali tremolavano smorte le stelle vinte dal lume lunare. Un gran stormire di fronde si levava di tratto in tratto, simile a respiro della vallata. Laggiù, per lo stradone, si udiva il rumore dei carri che passavano lentamente; e, vicino, a sinistra, il chiocchiolìo dell'acqua che cascava dai canali nelle vasche, monotona, ininterrotta.—Che delizia!—esclamò miss Elsa, stringendo affettuosamente il braccio del babbo.

—Qui saremo felici! Restiamo fuori ancora un po'. Non sono stanca, non ho sonno… A che pensi, babbo?—domandò, vedendo che questi taceva.

—Penso—egli rispose—che non so se ho fatto bene, impiegando qui tutta la nostra fortuna. La terra è infida, quanto il mare, specie quaggiù.

—E ti senti scoraggiato in questo momento?—lo rimproverò la figlia.—Ora che noi siamo qui?

—Tu hai detto:—Qui saremo felici!—E le tue parole mi hanno turbato.

—Perchè?

—Perchè ora soltanto mi è parso di intendere che tu sarai sempre una straniera in questi luoghi, tu principalmente.

—Oh, babbo!…

S'interruppe, per ascoltare.

—Che significa questo suono di campana?—domandò.

—Due ore di notte. È il coprifoco di Settefonti. Fra mezz'ora, lassù, dormiranno tutti.

Il rintocco argentino si sperdeva per la vallata, confuso con lo stormire delle fronde che ora riprendeva con più lunghi intervalli, quasi la vallata si addormentasse anch'essa come quei di lassù, a Settefonti, invitata dai rintocchi squillanti che venivano rallentandosi e poi cessavano a un tratto.

VI.

Il canonico Medulla amava di star zitto giocando a tressetti; ma il notaio La Bella lo provocava.

—Non me ne parlate, notaio!… Busso!… Vi dico che è affare di propaganda!…

—Fanno tanta carità!

—Carità pelosa. E vi sembra decente che una signorina vada e venga sola da laggiù in paese e viceversa?… Striscio!…

—Visita gli ammalati poveri, regala medicine…

—Che medicine? Le pillolette omeopatiche le chiamate medicine?… Infine, è forse medichessa costei? Stupido, imbecille il sindaco, e più imbecille e più stupido mio fratello il dottore, che non le intentano un processo!… Dobbiamo giocare, sì o no?… Io parlo da sacerdote cattolico. E anche da persona che bada agli interessi di tutti… Ecco, con questi discorsi, mi fate fare delle bestialità! Smettiamo! È meglio!… Vinco sei soldi.

E il canonico, buttate sul tavolino le carte, si levò da sedere per rimettersi il mantello e il cappello a tre punte posati sur una seggiola in un angolo.

—Voi ridete, notaio!—egli riprese intanto che annodava i due nastri neri attaccati al collare del mantello.—Ma il veleno protestante già lavora. Volete scommettere che presto sentiremo parlare di un matrimonio tra la inglesina e il figlio del Sindaco?

—Che male ci sarebbe? La ragazza è bella, è giovane, è ricca…

—Tutti gli sciocchi, scusate, ragionano come voi. E il cattivo esempio lo contate per nulla? Sposare una protestante!

—Come se i protestanti fossero diavoli!

—Peggio! Voi non capite niente; siete con gli occhi chiusi.

—Io veggo che fanno molte opere che noi cattolici non facciamo.

—Lustre! Lustre! Intanto l'inglese è venuto a prendersi i nostri migliori terreni… Fa la concorrenza ai nostri vini, ai nostri olii, ai nostri agrumi… Si arricchisce alle nostre spalle! Ve lo dicevo cinque anni fa? Sono stato profeta?

—Dicevate anzi il contrario! Le grillaie! Se le ha ridotte un paradiso, è tutto merito suo. Perchè non le avete comprate voi, o il Sindaco, o il Barone Lo Gatto, voialtri che tenete i quattrini sotto chiave? Domineddio dovrebbe farveli muffire!

—Io sono sacerdote; non posso fare il contadino, lo speculatore…

—Voi; ma gli altri?

—Non voglio entrare nei fatti altrui… Vinco sei soldi, non quattro.

—E due di cui sono in credito dell'altra volta…

—Fanno sei, avete ragione!

Lupus in fabula—esclamò il notaio.—Ecco l'inglesina.

E dalla soglia della Banca, la salutò cavandosi il cappello.

Miss Elsa questa volta non era sola. L'accompagnava don Liddu con due paniere infilate pel manico alle braccia. Vestita semplicemente, con abito cinericcio che ne modellava la svelta personcina, cappelline di paglia alla canottiera ornato da largo nastro azzurro, borsa di cuoio bianco in una mano, ella rispose, sorridendo, al saluto del notaio, fece un gesto con la mano libera per accennare che tra poco sarebbe passata da lui, e infilò il vicolo di rimpetto.

—Va da una povera donna che le ho raccomandata io. Vedova, malata da tre mesi, con quattro bambini nudi e scalzi che periscono di fame…

—E voi date cinque anime in balia d'una protestante, perchè le trascini all'inferno?—sbuffò il canonico.

—Vi ho chiesto mezza lira per quella disgraziata e non avete voluto mai darmela!

—Ma io faccio la carità come so e posso; non debbo vantarmene con voi. Gesù Cristo ha detto:—La tua destra non sappia quel che opera la sinistra.—Costei, invece, va attorno con don Liddu che porta i panieri delle provviste, per far sapere a tutti la sua gran carità! Pretesti! Pretesti!

—È un caso, se oggi c'è don Liddu con lei.

—Pretesti!… Guardate là, intanto, il bamboccio del figlio del Sindaco che le ronza attorno, che spesso l'accompagna fino a mezza strada e anche fino al cancello laggiù. Vi pare bello? Vi pare onesto? Una zitella con un giovanotto! È uno scandalo per le ragazze del paese… Egli l'attende al passaggio. Già, costui non ha niente da perdere; è ateo. Se ne vantava l'altra sera in Casino… E suo padre, che è più bamboccio di lui, non lo ha preso a schiaffi… Ecco dove ci ha condotti il vostro liberalismo!…

—È studente; all'università non s'insegna teologia!

—S'insegnava una volta; e a nessuno era permesso spacciare dalla cattedra che Dio non esiste! Per questo si sono sùbito intesi bene la signorina e lo studente. E finirà… come deve finire. Tanto peggio per lei!

—Ah! su questo punto…—replicò il notaio con impeto.—Se la conosceste da vicino! È più assennata di una vecchia. Parla senza ipocrisie, ma con dignitoso contegno. Si rimane a bocca aperta udendola ragionare. E quante cose sa? E quante cose sa fare! Musica, canto, pittura. E non dico delle faccende di casa! Bada a tutto, alla cucina, al pollaio, ai fiori. Trova tempo per tutto, per la carità soprattutto. Le vostre nepoti, lasciatemelo dire, che fanno? La calza, il cucito, e sanno appena leggere e scrivere… E poi, al balcone da mattina a sera. Non dico che sia male tentar di acchiappare un marito; è cosi difficile al giorno d'oggi!

—È un'altra cosa! È un'altra cosa!

—Restate qui… Perchè non cercate di convertirla? Fareste il vostro dovere—disse il notaio con un che di malizia.

Induritum est cor Pharaonis!

—Che ne sapete? È così buona! Sarebbe un trionfo per voi.

Ma il canonico scappò lestamente, vedendo spuntare dal vicolo miss
Elsa con don Liddu.

VII.

Come il canonico aveva previsto, il figlio del Sindaco (non lo chiamavano altrimenti, quasi il nome di Paolo Jenco fosse stato più lungo a pronunziare) si era accostato a miss Elsa appena ella aveva fatto pochi passi nella piazzetta.

—Ah! Non è partito?—esclamò meravigliata, porgendogli la mano.

—Fortunatamente, no, signorina!

—Volevo dire: Come mai non è partito?

—Indugerò ancora un'altra settimana. Sarei venuto al cottage a congedarmi.

—Don Liddu, voi potete andarvene—disse miss Elsa.—Mi fermerò un po' dal notaio.

Don Liddu esitò un istante.

—Oh, non abbiate paura!—soggiunse la signorina che aveva capito.—Avrò un cavaliere, caso mai… Don Liddu non sa ancora capacitarsi che una signorina possa permettersi di fare qualche miglio per la campagna, sola sola…—ella continuò rivolgendosi al giovane.

E rideva.

—E se suo papà mi domandasse…—disse don Liddu per scusarsi.

—Non vi domanderà niente—rispose miss Elsa.—Mio padre vuol saperlo soltanto da me quel che faccio o non faccio. Non ho segreti per lui.

—Voscenza ha ragione!

—Povero don Liddu! Va via mortificato—disse Paolo Jenco, senza nascondere il piacere che sentiva di poter accompagnare miss Elsa.

Ella si avviò lesta e sorridente verso la Banca notarile, seguita dal giovane che la guardava ammirandola in silenzio.

—Cara signorina, io la ringrazio—disse il notaio La Bella venendole incontro.

—Debbo ringraziarla io invece—rispose miss Elsa.—Ma non vi è un ospedale qui? Quella poveretta è malata gravemente; a casa manca di tutto; non ha chi l'assista. I suoi figliuoli sono troppo bambini.

—Sì, l'ospedale c'è; nessuno però vuole andarvi, neppure i più miserabili. Credono che medici e infermieri li lascino morire, per sbarazzarsene; ed è pregiudizio invincibile. Forse interamente non hanno torto. Quell'amministrazione è un caos!

—Ne parlerò a suo padre che è il Sindaco—disse miss Elsa.

—Inutilmente—rispose il giovane.—Bisognerebbe portar là i malati con la forza. Sarebbe peggio.

—O persuaderli col curarli bene.

—È inutile—replicò il notaio.

—Possibile? Dio mio!

Il viso di miss Elsa si atteggiò a un doloroso stupore che la rendeva più bella.

—Il male di qui, di voialtri tutti—ella riprese—è questa rassegnazione mussulmana. Dite:—È inutile!—e non operate, non vi sforzate a vincere quel che vi sembra fatalità.

—È proprio così!—approvò il notaio.

—Eppure in molte altre cose avete tanta energia!

—Nel male—disse Paolo Jenco.

—Non è vero. Nel lavoro, per esempio, il vostro contadino è ammirabile. Così parco, così ubbidiente, quando è guidato bene! Così buono, quando non si vede maltrattato! I signori qui non capiscono che non dovrebbero comportarsi coi contadini come con schiavi da sfruttare. Mio padre dice che i contadini siciliani non hanno uguali.

—Li ha un po' viziati suo padre. Lo pensano tutti in paese.

—Ed io aggiungo—fece il notaio—che non gli sono molto grati.

—Sono ignoranti; è forse per questo. Ma non è colpa loro.

—E noi galantuomini siamo peggio. Certe volte, io mi vergogno di essere siciliano!

—Eccede!—lo ammonì miss Elsa.

Paolo Jenco scosse la testa, negando.—Riconoscere i propri difetti è già un bel passo—ella riprese.—Ma non basta. Lei che è giovane può far molto. Dia l'esempio di una vita nuova.

—Io? Ma io non posso niente. Mio padre non mi permette nessun'iniziativa. Ho ventitrè anni e mi stima ancora un bambino. Quando ne avrò quaranta, sarà lo stesso. La patria potestà è terribile tra noi, come presso gli antichi romani. Ribellarsi ad essa è atto pazzo quasi quanto sbattere la testa contro una parete di bronzo.

—È vero! È vero!—confermò il notaio.

—Educati a questo modo—riprese Paolo Jenco—noi perdiamo ogni energia. E quando, troppo tardi, siamo liberi di fare a modo nostro, continuiamo la tradizione. Ripetiamo, precisamente, quel che è stato fatto con noi. Ci vorranno secoli per mutarci.

—I secoli passano presto—disse miss Elsa, sorridendo.

Un ragazzino, coperto malamente da quattro stracci, si era avvicinato e stava ad ascoltare con le mani dietro alla schiena, gli occhi neri spalancati, intenti alla bella signorina, che l'osservava di sfuggita—se n'era accorto—e che parlava una lingua di cui egli capiva soltanto poche frasi.

—Vuoi venire, laggiù, da me? Ti farò il ritratto—gli disse miss Elsa.—Bel tipo arabo!—soggiunse rivolta a Paolo, senza attendere la risposta del ragazzino—Vuoi venire?

—Quando?—egli domandò.

—Domattina.

—Che ne farò del ritratto?

—Quello lo terrò io; ti regalerò un vestito; la tua mamma te lo adatterà. Hai la mamma?

—No.

—È morta?

—Chi lo sa?

—Sua madre è in carcere, per falsa testimonianza—spiegò il dottore vedendo lo stupore di miss Elsa a quella risposta.

—Poverino! Hai il padre però.

—È in prigione anche lui, per omicidio, e non ne uscirà vivo probabilmente—soggiunse il notaio.

—E gli altri parenti? domandò miss Elsa.

—Non ho nessuno—rispose il ragazzo.

—Come vivi?

—Cara signorina,—disse il notaio—ci vuol così poco per vivere nella sua condizione e alla sua età!

—Perchè non lo mettono in un asilo di orfani? Può essere calcolato per tale. Qualcuno dovrebbe occuparsene.

—Ma ce n'è venti, trenta, cinquanta nello stesso caso! Che vuol provvedere? Mancano i mezzi.

—Verrai domattina?—tornò a domandargli miss Elsa con voce intenerita dalla commozione.

—Eccellenza, sì.

—Perchè ti sei accostato a noi? Chi t'ha detto:—Va'ad ascoltare quel che dicono?

Afferrato improvvisamente per un braccio e colto alla sprovveduta da questa domanda di Paolo, il ragazzo si smarrì, e balbettò:

—Me l'ha detto… me l'ha detto… Nessuno me l'ha detto—poi si corresse, accigliato.

—Chi te l'ha detto, sì? Non esser bugiardo

—Il dottor Medulla…—confessò il ragazzo piagnucolando sotto la forte stretta della mano che lo aveva agguantato.

—Oh!—esclamò miss Elsa, indignata.—E perchè?

—Per niente signorina; perchè quel signore non ha altro da fare… e perchè…

—Il perchè lo so io, notaio—lo interruppe Paolo Jenco che si mordeva le labbra, fremente.

—Adoprare un ragazzino per un atto così vile!… Non avrei mai creduto che il dottor Medulla fosse capace di questo!

—È un imbecille presuntuoso e vigliacco!

—Non si arrabbi, signor Jenco!—disse miss Elsa aggiungendo alla gentilezza delle parole la dolcezza d'uno sguardo che pregava.

—Senti,—proseguì Paolo—va' a rapportargli: Don Paolino diceva che voscenza è un buffone.

—No,—intervenne il notaio.—Non gli dirai niente. Sarebbe troppa soddisfazione per quel pettegolo. E vi andrebbe di mezzo la signorina. Non gli dirai niente, hai capito?—continuò rivolto al ragazzo—se no, ti darò quattro scoppole e quattro calci io.

—Niente, eccellenza, sì; niente! Bella Madre Santissima!

—E domani andrai laggiù, dalla signorina Ti darà il vestito.

—Eccellenza, sì!

—Far fare la spia a un ragazzo!… Ma perchè?… Oh!

Il dolce viso di miss Elsa era diventato così severo e le sue rosee labbra si erano così scolorite, che il notaio sentì pietà di lei e stringendole una mano la confortava:

—Signorina, il mondo è cattivo!

VIII.

Scendevano, silenziosi, per lo stradone; miss Elsa con gli occhi bassi e le ciglia un po' corrugate, quasi facesse un insolito sforzo di riflessione; Paolo Jenco mordendosi le labbra, con gli sguardi ancora lampeggianti di sdegno, che però si addolcivano di tratto in tratto, quando li rivolgeva a osservare la signorina, quantunque il silenzio e l'atteggiamento di lei lo rendessero perplesso nel risolversi a dirle quel che gli tumultuava nel cuore.

Improvvisamente miss Elsa rizzò il capo, spalancò gli occhi ed esclamò soddisfatta:

—Ho capito!

—Che cosa?—domandò Paolo maravigliato.

—Il segreto di mio padre.

—Ha un segreto anche per lei?

—Non sapevo spiegarmi per quale ragione, da quasi un anno, noi viviamo proprio isolati laggiù a Villa Elsa, evitati, dovrei dire.

—Oh!… Miss Elsa!

—Da principio non è stato così. Fin alcune signore di Settefonti si benignavano di farci qualche visita, di accettare i nostri inviti. Ricorda che belle giornate di intima allegria? E che serate, quando quei signori, partivano di là a notte alta, al lume di luna? Io rimanevo su la terrazza del Cottage per vederli salire verso il paesetto, a piccole brigate di tre, di quattro persone; per rispondere ai loro saluti da lontano, che risonavano limpidissimi per la vallata; per ascoltare i violini, i flauti, le chitarre e gli strumenti di ottone che chiudevano la marcia e si affievolivano, si affievolivano, quasi la fatica della ripida salita smorzasse il fiato ai suonatori venuti sul tardi a far la serenata agli invitati ed a noi… Poi, a poco a poco, le visite diradarono, e gli invitati risposero scuse che avevano l'aria di pretesti per non accettare. E anche mio padre diradò le sue gite a Settefonti, che servivano, soleva dire, a sgranchirgli le gambe. Fedeli sono rimasti lei, suo padre, il notaio e… il dottor Medulla.

—Non lo nomini neppure!

—E ogni volta che io ho domandato a mio padre:—Ma perchè?—mio padre si è fatto un po' scuro in viso e mi ha risposto con apparente noncuranza:—Paese che vai, usanza che trovi!—Brutta usanza!—pensavo. Ora, dopo quel che è accaduto poco fa col ragazzino… Che abbiamo fatto di male mio padre, mia madre, la zia, io?… E perchè mio padre non è più chiamato, come una volta: il Benefattore?

—Perchè il mondo è cattivo, gliel'ha detto il notaio.

—È stato ed è davvero un benefattore; posso proclamarlo con orgoglio.

—Appunto per ciò!… E fossero soltanto essi cattivi ed ingrati! Ma costringono ad essere o ad apparir tali anche gli altri, perchè non tutti abbiamo la forza e il coraggio di ribellarci a un pregiudizio, di opporci a un'ingiustizia… Io, che lei stima meno cattivo di parecchi, io sono un vigliacco… me lo lasci dire; un vigliacco! Mio padre è peggio di me, perchè la vigliaccheria gli sembra prudenza. Deve averlo notato: in questi ultimi mesi, egli è venuto soltanto due volte laggiù. Io ho osato di venire, di accompagnarla spesso, ma non ho mai saputo osare…

Si fermò, torcendosi le mani, alzando rabbiosamente gli occhi al cielo, con tale espressione di dolore che anche miss Elsa, voltatasi a guardarlo, non potè far a meno di fermarsi, lievemente arrossita in viso; la reticenza l'aveva turbata.

—Paese che vai, usanza che trovi!—ella disse sorridendo con lieve espressione di tristezza.

—E poi—riprese Paolo, quasi non avesse udito quelle parole…—se anche avessi saputo osare… che cosa avrei conchiuso?

—Bisogna essere sinceri, per restare onesti,—mormorò miss Elsa.

—Bisogna, in certe circostanze darsi un bel colpo di pistola a una tempia!

—Sarebbe vero dunque che lei non crede in Dio, lei?—domandò miss
Elsa con dolcissimo accento di compassione e di rimprovero.

—Se Dio esistesse, non permetterebbe tante infamie!

—Oh, no, signor Paolo, non parli così! Del bene e del male che facciamo siamo responsabili noi.

—E di quello che ci costringono a fare gli altri?

—Nessuno può costringerci a fare il male.

—Non tutti siamo santi o eroi.

—Basta essere uomini di retto cuore.

Ora scendevano lentamente. Lo stradone in quel punto tagliava una collina, s'inoltrava tra due alte sponde che formavano rampe coperte di erbe selvatiche tutte in fiore. Cardi rizzavano spinosi steli coronati da ciuffi azzurri, violetti, gialli; pianticine rampicanti con fiori rossi a stelline, sembravano cosparse di macchie di sangue cascate sul verde delle foglie; arbusti con rami sottili, quasi delicate braccia di strani candelabri a cui fossero attaccate rigide lamette verdi, spiccavano con mucchi di chioccioline aggrappatevi attorno, e si sarebbero detti carichi di bacche biancastre.

—Ecco come siete voialtri!—disse miss Elsa, che si era fermata ad ammirare.—Una fioritura bella, ma selvaggia, ma…

—Inutile o nociva… Ha ritegno di dirlo?

—Nociva, no; quelle piante usurpano il terreno, impediscono che le rampe scoscendano, quando piove troppo, e ingombrino lo stradone.

—Lei vuol sviare il discorso!—esclamò Paolo.

—Non posso farle dire quel che non vuol dire.

—Mi perdonerà, se parlo?

—Non dirà certamente nulla che non dovrei udire.

—Io l'amo! Io sono pazzo di lei!…

E il giovane, pronunziate queste parole con voce soffocata dalla grande commozione, nascose la faccia tra le mani, quasi avesse paura di scorgere l'impressione che esse dovevano aver fatto su colei alla quale erano indirizzate.

—Pazzo?—rispose miss Elsa con voce un po' velata.—Eh, via! Lei esagera, alla siciliana… Ma che mi volesse bene, io lo so da un pezzo; attendevo che me lo confessasse; cominciavo a dubitarne…

Paolo si slanciò a prenderla per una mano. Si sentiva davvero impazzire, ma di gioia, di felicità… E portò alle labbra la mano bianca e fine che miss Elsa gli cedeva abbandonatamente.

Dietro alcune piante di fichi d'India si udì uno scoppio di risa. Paolo, voltatosi sdegnosamente verso quel punto, vide sparire a un tratto, tra le grosse e spinose foglie dei fichi d'India, la testa del contadino che si era accorto di quel bacio e aveva maliziosamente riso… Impallidì e rimase impietrito.

—Come sono disgraziato!—esclamò dopo un istante.

—Perchè?

—Ci hanno visto!

—Non abbiamo fatto niente di male.

—Ah! Ora costui andrà a spargere in paese…

—Che importa?

—M'importa per lei, non per me.

—Ma io le darei a baciare la mano al cospetto di tutti. Sì—ella soggiunse dopo breve pausa—lei ha ragione! Sciocca sono io, che non so ancora abituarmi al vostro modo di vivere e di pensare. Come siamo distanti! Io le ho espresso francamente, schiettamente quel che sento e penso. Perchè avrei dovuto esitare, mentire? E così non le nascondo che sono lieta di esser certa finalmente che non mi sono ingannata.

—Grazie, Elsa!.. Mi permette di darle del tu?

—Volentieri. Non siamo fidanzati sin da questo momento?… Oh!… Ora ho paura di sembrarti sfacciata.

—No, Elsa, no!…

—Che pensi?

—Vorrei inseguire, raggiungere colui che ha riso, avvertirlo, minacciarlo perchè taccia…

—Faresti peggio. Per chi dobbiamo nasconderci? Appena arrivata al cottage, io dirò ai miei parenti…

—Ti prego, Elsa; attendi qualche poco prima di far questo.

—Ma io soffrirei se dovessi nascondere a mio padre e alla mamma…

—Attendi un altro po'! Mio padre… Ebbene, mi ribellerò; non sono più sotto tutela!

Miss Elsa, appena essi furono usciti dalla gola dello stradone, si era appoggiata a un palo del telegrafo per lasciar passare due carri che salivano lentamente verso Settefonti; Paolo aveva pronunciato sotto voce la sua frase di ribellione; e la bionda creatura, già diventata triste e pensosa alla preghiera di attendere prima di parlare del loro fidanzamento ai suoi parenti, lo fissò quasi atterrita…

—Ha fatto male—ella disse dolcemente, con grande tristezza.—Non avrebbe dovuto parlare oggi… Saremo fidanzati più tardi, se potremo esser tali. Per ora non ha nessun impegno, non ha nessun dovere di ribellarsi contro suo padre. Dio mio! Perchè ha parlato?… Mi lasci andar sola. Non le dico addio, ma a rivederci.. Non vorrei esser cagione di dolore a nessuno!… Il mio cuore, Paolo, non dubiti, non cambierà in niente per questo… A rivederci!

E vedendola andar via, con passi affrettati, e poi sparire dietro la siepe d'agavi americane che cingevano da una parte la svoltata dello stradone, Paolo credette che la sua felicità si allontanasse e sparisse per sempre. Non era durata neppure mezz'ora!

IX.

Miss Elsa, trovò tutti i suoi su la spianata assieme con l'ingegnere loro ospite, venuto da Catania per esplorare le colline nel punto dove gemeva una fontanella che il signor Kyllea sospettava potesse essere indizio di una gran polla d'acqua.

Egli aveva praticato degli scavi, ma inutilmente; la sottile vena si era accresciuta di poco. Don Liddu però gli assicurava di aver sentito dire da suo nonno che colà c'era stata, tempo fa, gran tempo fa, molt'acqua che serviva a irrigare i terreni piantati a orto: poi, dopo il terremoto del 1793, la polla era scomparsa a un tratto. Un altro terremoto, nel 1821, l'aveva fatta ricomparire come si trovava al presente. E il signor Kyllea s'era messo in testa di ricercare e ritrovare proprio l'antica vena abbondante; sarebbe stata una benedizione, ora che la siccità si era ridotta fenomeno ordinario in Sicilia.

Dopo i tentativi poco fruttuosi fatti l'anno avanti, egli aveva pensato di ricorrere alla scienza di un ingegnere che godeva fama di valentissimo in lavori di tal genere; e appunto in quel giorno miss Elsa trovava il cottage in festa. L'acqua era stata finalmente scoperta, e dalla terrazza si poteva veder scendere giù, in un bel rivolo serpeggiante che anneriva il terreno per dove passava. Gli operai lavoravano ancora a sgombrare il profondo scavo praticato lassù. Il signor Kyllea volendo mostrare alla figlia il bel risultato, l'aveva condotta su la terrazza. Egli era gongolante di gioia.

—Anche questa mi è riuscita! Quando lo sapranno a Settefonti!…

E si meravigliò che sua figlia manifestasse poca soddisfazione e nessuna gioia per un avvenimento che elevava straordinariamente il valore dei loro terreni.

—Ma sì, babbo, sono contenta perchè tu sei contento…

E gli cinse il collo con le braccia e lo baciò.

Anche dalla signora Kyllea e dall'ingegnere fu notato che miss Elsa non era del solito buon umore.

—Ho un po' di mal di capo… Forse ho fatto la strada troppo in fretta…

Era la prima volta che le accadeva di non essere sincera coi suoi. E quando, dopo cena, si ritirò nella sua camera, quella piccola bugia prese davanti ai suoi occhi tali proporzioni che ella ne fu sgomentata, quasi fosse sul punto di diventare una gran mentitrice, un animo falso, capace di ingannare coloro che più le volevano bene.

In quella solitudine, l'assiduità della vista di Paolo Jenco le era riuscita dapprima attraente—giovinezza ama giovinezza—poi interessante pel carattere di lui così schiettamente siciliano e per l'ingegno e la cultura. Con lui, ella poteva parlare di letteratura e di arte senza timore di vedergli sgranare gli occhi come al dottor Medulla, assiduo anche esso, ma vanitoso, pretenzioso, e che sùbito aveva mostrato le orecchie, cioè si era palesato caldo corteggiatore, mettendo in tutti i suoi atti l'evidente intenzione di dar nell'occhio e scoraggiare il sospettato rivale, Paolo Jenco.

Una volta anzi, tentato di porlo in ridicolo, aveva dovuto pentirsene. Improvvisamente punto sul vivo, Paolo era scattato rispondendogli per le rime; e quella volta miss Elsa non nascose il piacere da lei sentito per la disfatta del presuntuoso ignorante.

Così, a poco a poco, nel suo spirito calmo, nel suo cuore tranquillo, la figura di Paolo Jenco si era insinuata carezzevolmente, senza che la bella inglesina si accorgesse del lavorìo di suggestione che vi veniva prodotto. E quando se n'accorse, in uno di quegli esami di coscienza che era abituata a fare di tanto in tanto con grande severità verso sè stessa, non se ne meravigliò, nè se ne dispiacque.

Si sentiva, s'indovinava voluta bene, con rispettosa gentilezza; e prevedeva che questo sentimento si sarebbe potuto trasformare in amore, se a lei fosse piaciuto d'incoraggiarlo, di alimentarlo dignitosamente, senza ipocrisia e senza calcolo. Si lasciò sedurre dal dolce incanto; o, meglio, scoprì che era già stata sedotta prima di agire riflessivamente. Ormai suo padre diceva spesso:

—Noi siamo già siciliani; questi terreni che la mia cultura ha reso fecondi, ci hanno fatto diventare altrettanti alberi umani, e vi abbiamo posto fonde radici, come le viti e come le piante di aranci e di limoni.

E, scherzando, soleva aggiungere rivolto alla figlia:

—Tu sei l'olivo specioso, tua madre la vite… e mia sorella… l'opunzia indica spinosa!

Ella infatti, cresceva bella e sana sotto quel cielo così limpido, tra quella vegetazione così rigogliosa. Metteva visibile impegno nel rendere vere le parole del padre, apprendendo a parlare il dialetto e sforzandosi di pronunciarlo col minor accento straniero possibile. La sua intimità con Paolo infatti si era aumentata, facendo con lui pratici esercizi dialettali, cosa che anche la divertiva quando ella non arrivava a sormontare la difficoltà di certi suoni di consonanti che la sua gola non si prestava a rendere facilmente.

E come sorrideva, orgogliosa, allorchè il maestro improvvisato poteva dirle:

—Brava!… Lei vuol dunque diventare siciliana a dirittura?

—Non mi aduli!

Così era passato un anno; così la solitudine del cottage le si era popolata di dolci fantasmi, senza che ella sentisse il bisogno di accertarsi se essi non erano un'illusione cagionata dalla sua giovine fantasia, o riflessi di una realtà intraveduta da occhio vigile e accorto, e che equivalevano a una certezza.

Non lo avea nascosto a Paolo. Perchè avrebbe dovuto nasconderglielo? Nè se ne pentiva ora che all'improvviso le si era rivelata la verità intorno alla sua triste situazione. Lei e i suoi si trovavano colà più stranieri di quando vi erano arrivati; suo padre, il benefattore, veniva già stimato un invasore, un intruso, uno sfruttatore della miseria di coloro a cui egli aveva pagato, più che realmente non valessero, i terreni acquistati; di coloro a cui aveva dato, per parecchi anni, modo di guadagnar da vivere onestamente, dignitosamente, con mercedi che erano servite di esempio, di paragone e che gli altri proprietari avean dovuto adottare; di coloro a cui aveva mostrato, con la pratica, in che maniera potevano rendere più fecondo il meraviglioso suolo da loro posseduto e lasciato quasi in abbandono. Ed erano appunto questi—i proprietari, i galantuomini—che aizzavano gli odii, che spargevano attorno la diffidenza; invidiosi, maligni e anche ciechi, perchè non s'accorgevano di fare il loro male agendo in quel modo. Ne aveva parlato, il giorno dopo, con suo padre, strappandogli quasi per forza una confessione di quel triste stato di cose.

Il signor Kyllea non era indignato, nè scoraggiato: aveva voluto nascondere, alle sue donne la verità per non affliggerle e per non atterrirle; giacchè la signora Kyllea e la cognata avevano la mente piena di pregiudizi intorno ai siciliani, ed erano quasi stupite di non aver visto finora invadere Villa Elsa da briganti con tromboni e cappelli a cono ornati di penne di gallo, come li immaginavano vestiti, ricordando certi disegni di giornali, di Magazzini, di riviste.

—Accade così per tutto, quando qualcuno sposta interessi, crea nuove risorse. Lotta lunga, ostinata, violenta; ma si finisce sempre con vincere!—aveva soggiunto il signor Kyllea.—Come non vincere, se si hanno alleati di questa forza?

A miss Elsa parve che suo padre dicesse queste cose con sottile accento di affettuosa malizia, e arrossì.

—Oh!—rispose—Certi alleati talvolta possono nuocere più che giovare!

Ma suo padre non le badò; scrollò il capo sorridendo, poi, tornato serio, disse:

—Gli alleati, per lo meno, debbono essere prudenti, e non far sapere ad altri…

E questo divieto aggiunse un senso di sgomento alla profonda impressione prodotta dalle rivelazioni di lui.

Ella stava per dirgli:

—Senti, babbo!…

La confessione di quel che era avvenuto tra lei e Paolo quella mattina, le tremava da un pezzo su le labbra, impaziente, quasi sospinta dal rimorso di essere stata taciuta parecchi giorni. Ma, appunto in quel momento, dopo le tristi cose accennate dal padre, le parve che la dichiarazione di Paolo, e il loro fidanzamento di un istante fossero stati un sogno, nient'altro che un sogno. E si trattenne, stringendo le labbra, quasi ringhiottendo le parole che le fremevano nella gola.

Disse soltanto, e con energia:

—Vinceremo, babbo!

X.

Spuntava appena l'alba. Il signor Kyllea, che aveva l'abitudine di alzarsi di buon'ora, era uscito su la terrazza a fumare e a respirare un po' d'aria libera prima di prendere il bagno freddo. Intanto, passeggiando su e giù, faceva i suoi esercizi respiratorii turando con un dito una delle narici, aspirando forte e respirando a bocca chiusa; turandosi l'altra narice e riprendendo ad aspirare e a respirare a bocca chiusa. Si fermava, girava turbinosamente, col pugno stretto, fino a stancarsi, ora il braccio destro, ora il sinistro, dando calci all'aria avanti e indietro con la gamba sinistra quando era in moto il braccio destro, con la gamba destra quando era in moto il sinistro…

A detta di lui, non c'era miglior mezzo per mantenersi sano e forte; gliel'aveva insegnato un medico indiano, di Calcutta, incontrato sul piroscafo durante un viaggio, dieci anni addietro.

Ed egli, che soleva fare coscienziosamente, ogni cosa, era tutto intento a questi esercizi, quando gli parve di udire strani rumori, lassù, su la collina dirimpetto e intravedere, alla dubbia luce dell'alba, un gruppo di persone, anzi parecchi gruppi di persone che dapprima scambiò per operai, meravigliandosi di vederli arrivati così mattinieri al lavoro.

In quel punto, don Liddu gli recava, su un piccolo vassoio, la tazza col caffè.

—Come mai?—disse il signor Kyllea indicando con la mano in direzione della collina.—Andate a vedere.

Don Liddu si avviò premurosamente, molto meravigliato anche lui.

Il signor Kyllea era sceso a prendere il binocolo da campagna; ma già la luce aumentata e permetteva di scorgere lassù, a occhio nudo, un brulichìo di gente, un affaccendamento attorno al condotto dell'acqua… Il binocolo gli rivelò la devastazione che quella folla di contadini aveva già operato durante la notte e che proseguiva rabbiosamente, vandalicamente.

Una bestemmia inglese gli sfuggì di bocca, e tese i pugni minacciando, quasi potesse esser visto da coloro. Scesa a precipizio la scaletta, stava per uscir fuori; don Liddu lo afferrò pel petto, balbettando:

—Ah, padrone!… Per carità!… Dove vuole andare?… Lo ammazzano!… Ci sono i carabinieri!… Hanno guastato i lavori di condottura!…

—Zitto!—disse il signor Kyllea.

Pensava alle signore che dormivano e che si sarebbero spaventate… Ma insisteva per uscire. Due carabinieri si presentarono su la porta…

—Non abbia paura; siamo qui noi!—disse uno di essi.

—Non ho paura di nessuno—rispose alteramente il signor Kyllea.—Sono suddito inglese!… Ma che vogliono costoro?

—Dicono che l'acqua appartiene ad essi; che lei l'ha distolta dall'altro versante della collina.

—Sono matti o furfanti.

—Dica: bestie piuttosto! Li hanno suscitati, incitati… Il brigadiere è là… Abbiamo telegrafato per rinforzi…

Ora si udiva un rumore confuso di voci, di passi incalzanti, quasi di armento che scendesse con corsa sfrenata, abbattendo gli ostacoli che gli capitavano dinanzi.

I due carabinieri si affacciarono alla porta e rientrarono, chiudendola. Il signor Kyllea, pallido, smaniante, strizzandosi le mani, si volgeva di tratto in tratto a guardare nella stanza accanto…

—Ah! Se non ci fossero le donne!… Ho tre Remington!

Don Liddu, che era andato ad affacciarsi dall'alto della terrazza, venne ad annunziare:

—Se ne vanno!… Hanno guastato tutto!… Ma lungo lo stradone scende un'altra fiumana di gente… Le campane suonano a stormo!

Don Liddu s'interruppe. Grida confuse, fischi, poi due colpi d'arma da fuoco!…

I carabinieri si slanciarono fuori; e don Liddu, afferrato il padrone, cercava a ogni costo di impedirgli di uscire.

—Per carità! Voscenza, no! Voscenza, no!

Il signor Kyllea stava per svincolarsi, quando comparve miss Elsa, atterrita.

—Babbo!… Che cosa è stato?… Babbo!

Ed ecco la signora Kyllea mezza vestita, bianca come un cencio lavato, che gesticolava senza profferir parola.

Il signor Kyllea si contenne:

—Niente! Niente!—disse.—Dei malintenzionati.

Ma non potè far a meno di trasalire anche lui, sentendo picchiare alla porta, e gridare:

—Aprite! Aprite!

—Sono i carabinieri!—esclamò don Liddu che aveva riconosciuto la voce.

Erano essi infatti, accompagnati dal brigadiere e sostenevano una figura insanguinata, con gli abiti stracciati, che si reggeva a stento.

Miss Elsa die un grido; aveva riconosciuto Paolo Jenco!

XI.

—È stato imprudente!—raccontava il brigadiere.—Con buone parole e con minacce, io avevo già indotto i contadini a tornare in paese, ed essi commettevano gli ultimi sfoghi stroncando qua e là alberi di aranci sul passaggio… È stato imprudente!… Fidava forse nella sua qualità di figlio del Sindaco… Ma quelle belve, se sono in furore, non rispettano niente… Li ha affrontati, li ha insultati, li ha minacciati di galera… E allora:.—Dàgli!—A iddu! A iddu!—Dàgli!—Abbiamo dovuto sparare all'aria, per atterrirli, lottare corpo a corpo…

Era stato un terribile quarto d'ora!

Fortunatamente, all'infuori di una larga ferita alla testa e qualche contusione, Paolo Jenco non aveva riportato altro dall'assalto furibondo dei contadini.

Quei galantuomini che più avevano soffiato nel fuoco e provocato la sommossa, si erano chiusi nelle loro case, paventando che i contadini imbestialiti non trascorressero; il Sindaco si era fatto vivo all'ultimo, ed era accorso soltanto dopo che aveva udito da una finestra: Hanno ammazzato il figlio del Sindaco!

Al cottage si affollavano tutti coloro che volevano diminuire la propria responsabilità, mostrando di giudicare severamente l'atto barbarico dei contadini. Soltanto il dottor Medulla non aveva avuto l'impudenza di venir a offrire l'aiuto della sua arte al ferito; si era scusato con un biglietto, dicendosi indisposto.

E mentre Paolo, assistito dalle signore, da miss Elsa in particolar modo, si sforzava di mostrarsi meno sofferente che non era, il signor Kyllea conduceva parecchi visitatori a osservare i guasti del giardino che sembrava percosso da un uragano, e i guasti lassù, dove bisognava ricominciare da capo l'opera di muratura del condotto dell'acqua.

Il notaio La Bella si mordeva la lingua, per non compromettersi, stimmatizzando l'opera ipocrita di certa gente che sapeva lui; gente che faceva servire ai suoi bassi interessi fin il sentimento religioso…

E per ciò egli, uomo pacifico, che non avrebbe schiacciato neppure una mosca noiosa, davanti a quelle devastazioni, si sfogava a dire:

—Poichè ci si erano messi, dovevano compir l'opera. Li sfruttiamo, li trattiamo peggio di animali, li mettiamo su, per cattivi fini, e poi sbraitiamo che il governo non ci tutela i beni e le vite contro l'avidità dei contadini! Facciamo i socialisti, gli anarchici, i rivoluzionari per comodo nostro, spargiamo di petrolio la catasta… e poi non vorremmo che qualcuno vi appiccasse fuoco!

—E se venivano a bruciarvi la Banca?

—Benvenuti! Avrei spalancato la porta, avrei consegnato tutta quella cartaccia imbrattata, per farne un bel falò… Tanto, la povera gente non ha quattrini da spendere in contratti… E poi, non si deve fare repulisti del vecchio? Ah! Poichè ci si erano messi!…

E tornato al cottage, vedendo Paolo con la testa fasciata, gli spiattellava bruscamente:

—Puoi ringraziare tuo padre!… Anche ora, dopo quel che è accaduto, tuo padre accende una candela a Cristo e una a Maometto, come il romito di Lampedusa; dà un colpo al cerchio e uno alla botte. Dà ragione al signor Kyllea, e non dà torto ai contadini; e si agita per far scarcerare gli arrestati, per non irritare gli animi, per non lasciar fòmite di odii… Bella scusa! Quasi voglia ringraziarli perchè non ti hanno proprio ammazzato!

Paolo però li ringraziava davvero. Da due giorni egli godeva una felicità immensa, vicino a miss Elsa che gli curava la ferita meglio di un medico, con mani carezzevoli, e più con quegli sguardi traboccanti di affetto e di gratitudine. Egli solo era accorso, egli solo aveva messo a cimento la sua vita in quella terribile mattina! Nessuno dei due aveva fatto il minimo accenno a quel che era avvenuto tra loro lungo lo stradone; eppure si erano detti tante e tante cose!

—Come finirà?—domandava, tremante ancora la signora Kyllea.—Non potremo più vivere tranquille! Da due notti non chiudo occhio… Mi sembra di dover sentire nuovamente quelle grida…

La zia brontolava in inglese:

—Andiamo via! Torniamo in Inghilterra!

—Che cosa dice?—domandò Paolo a miss Elsa.

—Vuole andar via! Tornare in Inghilterra… Ma è possibile?

—Oh, no!—esclamò Paolo.

E i suoi occhi, e il suono della sua voce dissero qualche cosa di più.

Miss Elsa sorrise tristamente.

Qualche ora dopo, approfittando dell'occasione di esser rimasti soli in salotto, Paolo le disse:

—Vuole andar via anche… lei?

—Mio padre, in un momento di sdegno, ha pensato di vendere i terreni; ma ora non ci pensa più.

—Ma… lei… lei, dico!

Avrebbe voluto darle del tu, e per ciò esitava parlando.

—Io non ho volontà,—rispose miss Elsa.

—Volete… vuol esser mia, Elsa?—egli balbettò.

—E tuo padre?

—Ah!… Da questa ferita mi è uscito molto sangue, tutto il sangue vigliacco… Se mio padre si opponesse…

—Io non entrerei mai in una famiglia dove mi saprei appena tollerata…

—Uno solo è il vero ostacolo!—esclamò Paolo.

—Capisco ora—rispose miss Elsa—la Chiesa a cui appartengo. Ma…

—Ma…—ripetè Paolo ansiosamente.

—Su questo punto, noi inglesi—continuò miss Elsa.—non abbiamo pregiudizi; ogni individuo si aggrega alla comunità religiosa che più lo persuade e lo attira. Mia madre è metodista; mia zia, evangelica episcopale; mio padre, presbiterano; io sono puseysta, cioè quasi vicina al cattolicismo. Dovrei fare un piccolo passo per entrare nella vostra chiesa; neppur l'amore puro potrebbe indurmi a farlo, se ripugnasse alla mia coscienza. Ma… ecco la spiegazione di questo ma… Da un anno a questa parte, la mia coscienza è scossa. Io sento forse l'influsso dell'ambiente. Mi sembra che il contadino siciliano, rozzo e superstizioso, sia più vicino alla verità che non noi con la nostra credenza riflessiva. La magnificenza delle vostre feste, quasi teatrale, non mi ispira la repulsione d'una volta; mi commuove, mi pare che operi più intensamente dentro di me… La Verità ha tanti diversi aspetti! Noi possiamo osservarla da un solo lato, comprenderla mai… Almeno io credo così…

—Oh, Elsa mia!

—Eppure, vedi, io ho un ritegno, un misero ritegno umano; quello di poter essere creduta una calcolatrice… Forse lo penseresti anche tu, forse arriveresti a rimproverarmelo un giorno! E allora sarebbe finita; non potrei più amarti perchè non potrei stimarti, perchè non potrei più illudermi di essere stimata da te.

—È impossibile, Elsa!

E vedendo entrare il signor Kyllea che tornava da un convegno col Sindaco, per accomodare la faccenda dell'acqua, Paolo si alzò in piedi, gli andò incontro, e gli disse:

—Debbo essere sincero con lei. Mi parrebbe di commettere la peggiore delle azioni, se le nascondessi quel che dicevo a sua figlia in questo momento. Sia franco e sincero altrettanto; già è suo costume…

Il signor Kyllea gli stese una mano, guardandolo in viso con l'aria di chi incoraggia a parlare:

—Domandavo a miss Elsa, se vuole essere mia moglie.

Il signor Kyllea, ridendo allegramente, rispose:

—Io non mi mescolo negli affari degli altri, specialmente in certi affari.

E li lasciò soli.

XII

Il signor Kyllea era tornato trionfante.

Il Sindaco, invitandolo a un convegno per accomodare il maledettissimo affare dell'acqua, aveva pensato di mandargli incontro il brigadiere e due carabinieri, perchè lo scortassero fino al Municipio. Una gran folla ingombrava la piazza, quasi quell'acqua avesse dovuto essere spartita tra tutti, una goccia per uno.

—Grazie,—brigadiere—egli aveva detto:—O mi lasciate entrar solo in paese, o torno indietro. Se il Sindaco ha paura per sè, provveda ai fatti suoi.

Ed era entrato solo, a testa alta, col solito passo franco e risoluto. La folla si era aperta davanti a lui, ed egli era passato, guardando le persone in faccia, salutando alcuni che riconosceva per suoi lavoratori e che dovevano trovarsi là perchè c'erano tutti—tutti quei del paese, uomini e donne, giovani e vecchi—e non già perchè potessero avere qualche astio contro di lui.

Nella sala del Consiglio i pretesi interessati si pigiavano dietro il parapetto di legno che chiudeva gli stalli dei Consiglieri comunali inaugurati pochi mesi prima. Pochi Consiglieri erano intervenuti; ma il Sindaco, due assessori e il segretario erano già seduti al loro posto e avevano l'aria di formare un piccolo tribunale in attesa del reo. Dietro il seggiolone del Sindaco, in piedi, stava il notaio La Bella.

Il brigadiere introdusse il signor Kyllea dalla parte opposta a quella d'onde entrava il pubblico, e all'apparire dell'inglese, come molti tuttavia lo chiamavano, un mormorìo corse per la sala.

Il Sindaco, che sembrava mostrarsi piuttosto favorevole agli interessi dei suoi amministrati, per tattica di uomo che sa barcamenarsi nei momenti difficili—e ne aveva già avvertito il signor Kyllea—lo salutò, gli accennò di sedersi in uno di quegli stalli vuoti, e cominciò ad esporre il motivo di quella riunione.

—Meglio fare le cose all'amichevole, senza inframettervi i tribunali. Si risparmiano così tempo e denari. Già!… Certamente il signor Kyllea era in diritto di scavare l'acqua nei suoi fondi; ma era anche vero che la sorgente dell'opposto versante della collina fosse venuta meno dopo quello scavo… Già!… Bisognava mettere d'accordo i due interessi… Avevano fatte male cercando di farsi giustizia con le loro mani. Già!… Ma, che si voleva?… Ormai il fatto era fatto… Danni gravi! E dunque egli era là per la conciliazione, per l'ordine. Già!…

Chi sa quanti altri già egli avrebbe interpolati alle parole che gli uscivano stentatamente di bocca, se il signor Kyllea non si fosse rizzato in piedi e non lo avesse tolto d'imbarazzo.

—Io vado per le spiccie, signor Sindaco. Sono anche io per l'ordine e per la pace: ma veggo qua parecchi degli antichi proprietari delle grillaie da me comperate cinque anni fa; permetta che io mi rivolga a loro. Ve le ho pagate quelle grillaie, sì o no? C'era, forse, allora qualcuno che le avrebbe pagate di più? Ne cavavate appena appena di che provvedere alle tasse… Le rivolete ora che io le ho ridotte prospere e fiorenti? Prendetevele; sono pronto rivenderle, per quel che valgono ora, s'intende. Se c'è qualcuno che accetta, si faccia avanti… A loro, personalmente, le cedo; ad altri, no. A coloro che vi sobillano, che vi fanno credere che io vi ho spogliati, perchè sperano che annoiato, impaurito, lasci qui baracca e burattini, come dite voialtri… e mi sbarazzi dei terreni per quattro soldi… eh no! Io sono inglese; ho la testa dura. Voi… che ne dite? E voi… che ne dite? No? E allora che cosa pretendete da me? Che ve ne faccia un bel regalo? Non sono così gran signore da permettermi questo lusso. Bravi! Ridete; perchè è veramente da ridere! E ora veniamo a coloro dell'acqua. Chi sono? Si facciano avanti… Quattro, in tutto! E com'è che siete venuti a centinaia per rovinarmi ogni cosa? Primieramente, l'acqua dell'altro versante è tal quale si trovava prima… Ah! Può venir meno? Attendete che il danno avvenga: ne riparleremo. E quand'anche fosse così, dovevate farvi giustizia con le vostre stesse mani?… I tribunali? Andiamo pure davanti ai tribunali… Io non ho paura dei giudici. Rispondete intanto a una domanda: che cosa ne fate dell'acqua che ora possedete? Niente. Vi è mai passato pel capo di ricercarne altra?… Ci vogliono quattrini? Ma sicuro; negli affari ci vogliono testa e quattrini. Perchè non vi prestano i quattrini coloro che vi dànno i bei consigli di venire a guastarmi la conduttura, e a rovinarmi gli agrumi? Li hanno, i quattrini; e se vorreste vender loro quelle terre, essi non farebbero come me, non ve le pagherebbero il doppio di quel che ora valgono; vi risponderebbero:—Quattro sassi! Non sappiamo che farcene!—Io sono leale e franco, vi dico: Volete vendere?… No!… Benissimo. Vi dico anche: Se involontariamente vi danneggerò… se il danno sarà accertato… chi rompe paga… Sono pronto a indennizzarvi. È ragionevole, è giusto. Ma con la violenza… Ah! Ah! Su questo punto sono più siciliano di voialtri… quando vi ricordate di essere siciliani. Io, da che sono venuto qui, non ho fatto male a nessuno. Se c'è tra voi uno solo che possa lagnarsi con ragione di me… I miei lavoratori sono stati rimunerati con mercedi insolite qui. Mi davano l'opera delle loro braccia, il sudore della loro fronte, ed io li ho trattati da cristiani e non da bestie… È vero? Mi fa piacere sentirlo dire da voi stessi… Sareste ingrati, sconoscenti affermando il contrario… E intanto mi avete trattato da nemico… I veri vostri nemici cercateli altrove, tra coloro che vi aizzano, che si servono della vostra zampa per cavare le castagne dal fuoco… Sentirete come vi brucierà!… Parlo male, forse, signor Sindaco? Come? Certe cose non si debbono dire? Ora sono io che eccito la gente? La verità si deve dire sempre, a ogni costo; è il mio sistema… specie quando gli altri spargono attorno la bugia, la calunnia… E per concludere, sentite, signori miei. Io sono suddito inglese; la mia pelle vale cara… Se mi ammazzate, mi pagherete a peso d'oro… E aggiungo anche che non la lascio prendere al primo che la vuole. A coloro cui fanno gola i miei terreni—voialtri non li volete, non sapreste che farvene—rispondo: Fuori i quattrini!—Su, come vi dètta la coscienza: Che cosa preferite? Che restino in mia mano, oppure che vadano ad ingrassare chi li ha lasciati per centinaia d'anni incolti, infruttiferi?… Io lo sapevo che avreste risposto così. Siete brava gente, troppo buona gente… Grazie! Ho fatto del bene al vostro paese; farò ancora del bene, e non a parole; è il mio mestiere. Sono convinto che, facendo bene agli altri, ne faccio altrettanto e forse più a me. E queste mie parole riferitele fedelmente a coloro che non hanno potuto udirle… Chi vuol venire a lavorare domani, venga laggiù; il cancello sarà aperto… Io non ho rancori con nessuno… Vi saluto!

Sentendo applaudire nella sala, anche la folla della piazza prese ad applaudire.

Il canonico Medulla, che era in un negozio di droghiere in attesa del risultato, saputo com'erano andate le cose, fece una spallucciata sdegnosa:

—Si son lasciati mettere nel sacco! Con quell'imbecille di Sindaco!… Era da prevederlo!… Ora non manca altro che vi faccia diventare tutti protestanti!… Dio vi aiuti!

XIII.

Invece, sei mesi dopo, per incarico del vescovo, egli doveva istruire nei dommi della fede miss Elsa, che si era risoluta di fare il piccolo passo dal puseysmo al cattolicismo… Istruire?

—Ma se ne sa più di me!

Questa volta il canonico parlava sinceramente.

Si sentiva mortificato dalla sua ignoranza, si pentiva della sua malignità.

—Tu sei stato una bestia!—disse però un giorno a suo fratello il dottore.—Non sai far altro che ammazzare la gente! Con un po' d'abilità… Che credevi? Che quella signorina fosse come una delle nostre? Bisognava saper pigliarla pel suo verso.

—Perchè non me lo avete insegnato voi?

Il povero dottore, che aveva sprecati tanti mesi di corte, non rispose altro e andò via.

La sera delle nozze, Villa Elsa, vista dal Muraglione di Settefonti, sembrava una cosa fantastica, con tutti quei lampioncini giapponesi pendenti da albero ad albero, con la banda che suonava nel piazzale, coi fuochi d'artifizio incendiati su la collina perchè la popolazione di Settefonti potesse goderli meglio.

Quando, verso la mezzanotte, miss Elsa e Paolo rimasero soli, Paolo era così stordito dalla sua felicità, che non pensava di stringerla fra le braccia, quasi temesse di destarsi da un bellissimo sogno.

Miss Elsa, dolce e pudibonda, con grazioso gesto prese tra le mani la testa di suo marito, e baciando, come cosa sacra, la cicatrice ancora rosseggiante al lato destro della fronte di lui, gli disse:

—Chi sa! Forse, senza di questa…

……………………………………….

E da lontano arrivavano le ultime note di un passo doppio della banda di Settefonti e le grida di saluto degli invitati:

—Viva il Benefattore!

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